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'Nam - 1966

Ancora non è sorta l’alba quando il piccolo gruppo di canoe sbuca da dietro l’ansa del fiume, avvicinandosi alla sponda. La manovra è lenta e difficile, resa ancor più complicata dalla stanchezza degli uomini e dalle piogge stagionali, capaci di trasformare il tranquillo e sonnolento corso d’acqua in una trappola insidiosa e malevola.

Gli uomini imprecano a bassa voce, armeggiando con le pagaie con stizza e frustrazione.

Finalmente si tocca la riva. Nella penombra della giungla non si vede granchè, più che altro si sentono i rumori degli stivali che affondano nell’acqua e nel fondo melmoso dell’argine, degli uomini che sbuffano muovendosi veloci. Adesso s’intravvedono i contorni dei compagni tutt’intorno, le sagome appesantite dagli zaini e dalle armi. Si tirano in secca le canoe, sempre cercando di smorzare i rumori.

Uno degli uomini della prima canoa, veloce, si avvicina al secondo gruppo. Si ferma e con un’occhiata rapida conta i presenti. Uno, due, tre, quattro... cinque, perfetto. Fa un cenno affermativo a uno di quelli che gli stanno intorno, quello più anziano si direbbe, poi si sposta vicino alla luce e si accovaccia. Da uno dei tasconi della divisa tira fuori una mappa e la consulta con attenzione. Gli altri gli si fanno attorno.

Adesso che c’è luce li si può vedere un po’ più chiaramente.

Sono soldati americani.

Quello accovacciato che legge la mappa è un tenente, così ad occhio, difficile leggere per bene i gradi finchè sta giù tutto chinato, ed è anche piuttosto giovane. Poi ecco li il sergente, quello anziano di prima, che tira fuori una sigaretta da chissà dove. Tira due boccate mentre si china di fianco all’ufficiale.

Gli altri aspettano e si guardano intorno.

Tutti visi già visti, ovvio. Non proprio quelli, magari, ma le facce dei soldati americani si assomigliano un po’ tutte. Aguzzando un po’ la vista, adesso che ci si è abituati alla penombra, si distinguono meglio anche le divise. Esploratori.

Gli uomini attendono pazienti, due di loro mimetizzano alla buona le canoe, tanto chi vuoi che passi di qui per notarle, e poi tornano dal gruppo.

Nel frattempo il tenente ha finalmente deciso da che parte muoversi, così si alza e fa segno ai suoi uomini, che si sistemano gli zaini sulle spalle e controllano le armi. Il sergente butta la cicca nel fiume prima di alzarsi, sbuffa ancora un po’ di fumo dalle narici, poi si alza in piedi con indolenza.

Si infilano dentro la vegetazione, seguendo il corso di un sentiero ormai diventato una piccola palude. Il sergente si muove con la circospezione del veterano, senza fare caso agli insetti che gli volano attorno. Uno degli uomini invece si prende a schiaffi per schiacciare una zanzara, poi si guarda attorno disgustato. Un altro gira nervoso puntando il fucile ad ogni rumore.

Quindi il tempo si dilata, e il cammino sembra durare in eterno. Ma è solo una sensazione ingannevole, perchè è ancora buio quando il tenente si gira e, sottovoce, da l’odine di fermarsi.

Poco oltre la vegetazione finisce, a non più di pochi passi dal di li. Stendendosi nel fango e avvicinandosi furtivi si può rubare un’occhiata del villaggio, che è il loro obbiettivo.


Ecco la prima parte del mio racconto.

A voi il testimone. Elementi chiave per continuare sono: un ostacolo inatteso e una grossa tentazione.

Buona narrazione!

Marino


Uno dei soldati, un tipo magrolino ma con lo sguardo vispo, si appiattì per terra e strisciò fin dove gli era possibile senza uscire dalla copertura della vegetazione. Rimase immobile per dei lunghi istanti, mentre il resto dei soldati sedevano accovacciati diversi metri più indetro, sicuri della loro invisibilità tra il folto degli alberi. Poi, lentamente, il soldato strisciò indietro, e quando fu sicuro di non essere più in vista, si alzò e corse chino verso il resto del gruppo. Si avvicinò deciso al Tenente, e cominciò a parlare a bassa voce, aiutandosi nella spiegazione di ciò che aveva visto con dei piccoli gesti delle mani. Il sergente fece qualche passo avanti, per sentire meglio.

Di sicuro una grossa tentazione, nel villaggio non c’erano che due o tre sentinelle, e la jeep ferma davanti ad una delle capanne, oltre a confermare le presenza dell’ufficiale che stavano braccando, era anche rivelatrice del luogo dove dormisse... se avessero fatto le cose in silenzio, forse avrebbero potuto sbrigarsi senza rischi eccessivi...

Il tenente parve ponderare attentamente quanto gli veniva riferito, e rimase assorto in silenzio per alcuni istanti, mente lo sguardo di tutti si era fissato su di lui.

Rapidamente organizzò un piano di attacco, e fece dividere i suoi uomini in tre gruppi. Due sarebbero entrati nel villaggio, cercando di evitare o neutralizzare le sentinelle, mentre il terzo sarebbe rimasto in attesa, pronto ad un intervento di sorpresa nel caso fossero sorte delle complicazioni.

Quando il piano fu chiaro a tutti, cominciarono a muoversi, ancora protetti dal folto della giungla, per raggiungere i punti da cui sarebbero entrati nel villaggio come ombre della stessa notte che li avvolgeva. Il tenente era rimasto con gli uomini in riserva, e osservava il villaggio mentre piccole gocce di sudore gli bagnavano il colletto della divisa.

Improvvisamente da una capanna uscirono una decina di uomini armati, e si fermarono nella piccola piazzetta fangosa al centro del villaggio.

Sulla fronte del tenente si creò una fitta rete di rughe. Questo ostacolo inatteso avrebbe potuto comprometterli tutti, e si rese conto di non avere modo di avvisare i suoi compagni, ormai quasi in posizione. Doveva escogitare qualcosa.


tracce per la prossima puntata: un’idea temeraria, un sacrificio eroico

Dashie


Presto! Non c’è tempo da perdere. Il tenente fa segno al suo gruppo di muoversi. Gli uomini si affrettano, cercando nel contempo di fare silenzio. Improvvisamente, l’intuizione del tenente è chiara a tutti: i loro compagni non possono avere visto il grosso dei nemici, ma non potranno nemmeno essere visti, se l’attacco sembrerà provenire dall’altro lato del villaggio.

Secondi interminabili, mentre attraversano il fitto della foresta, costeggiando il villaggio. Ad ogni parola di un soldato nemico, il timore di essere stati scoperti. Ad ogni ramo spezzato il fiato si interrompe, in attesa di uno sparo. Ad ogni metro, il pensiero corre ai compagni: un secondo di troppo e saranno spacciati.

Il tenente indica un fosso, che servirà da trincea; gli uomini si preparano a combattere. Una bomba a mano suona la sveglia per il villaggio. Un secondo dopo, sono gli americani a dovere tenere la testa bassa.

All’estremità opposta del villaggio, gli uomini nascosti nella foresta aprono il fuoco sulle sentinelle ancora confuse, falciandole. Il sergente fa un gesto rapido col braccio e scatta di corsa verso la capanna dell’ufficiale. Una, due, tre bombe a mano ne attraversano la porta, non è certo il momento di fare economia.

— Missione compiuta, diavolo! Andiamocene da questo inferno. —

Il fuoco dei viet, intanto, si fa più intenso sul tenente e sugli uomini che sono con lui. Non resisteranno a lungo. Dobbiamo fare qualcosa.

Il sergente dà ordine di aggirare il villaggio per ricongiungersi agli altri, requisisce le bombe rimaste ed una sigaretta, e si apposta dietro a una capanna. Lancia la prima bomba e va a nascondersi dietro alla jeep. Le armi tacciono per un secondo, poi cominciano a cercarlo, dando finalmente tregua agli altri. Seconda bomba, lo hanno visto. Lascia la jeep per andare a nascondersi dietro un’altra capanna, sventolando il mitragliatore. Gli spari si fanno più precisi, e provengono da più direzioni. Ultima bomba. Gli altri si sono radunati ormai.

Ancora spari, e poi silenzio. Gli uomini corrono verso le canoe, in silenzio.


elementi per la prossima puntata: inseguimento, arrivano i nostri

Anderson


Nel tempo di un respiro le canoe galleggiano sull’acqua e gli uomini vi si lanciano dentro con precisione e senza fiatare. Il silenzio viene rotto solo quando il tenente sussurra “via via via!” Ma gli uomini stavano già pagaiando senza bisogno di ordini... un secondo di ritardo poteva vole dire una raffca nemica in più, e tutti lo sapevano fin troppo bene! La canoa stava prendendo velocità, e su ordine del tenente, i rematori stavano cercando di allontanarla il più possibile dalla sponda, quando sulla riva apparvero un paio di Viet che non aspettarono nessun invito per sparargli contro. Per fortuna la mira dei Viet è peggio di quella di un generale in pensione, ridacchiò uno dei soldati mntre i proiettili sollevavano spruzzi nell’acqua, ma nessuno, nemmeno lui, rise.

Un rombo improvviso li fece sussultare, un motoscafo! un dannato motoscafo nascosto da qualche parte in quelle fottute mangrovie! “sull’altra riva!” gridò il tenente “molliamo le canoe, e nascondiamoci tra la giungla!” Il motoscafo apparve alle loro spalle, rombante e fin troppo ben armato. “Merda!” si sentì esclamare. Un rumore ovattato precedette delle grida di allarme: nella canoa più indietro era caduto un cilindretto di metallo rovente. “In acqua!” gridò qualcuno, ma prima che potesse finire la frase, una spettacolare esplosione frantumò la leggera imbarcazione e proiettò nel fiume quello che prima erano stati degli uomini. “Più veloci per la miseria!” tuonò il tenente strappando una pagaia ad uno degli uomini e mettendosi lui stesso a remare con tutte le sue energie. Più che un inseguimento, sarebbe stato un massacro, si disse.

Il motoscafo li aveva ormai raggiunti, quando un altro ronzio, molto più forte, copri le grida e i rumori del fiume... “Arrivano!! sono dei nostri!!” gridò uno degli uomini indicando il cielo. Un grosso elicottero, con un vistoso lanciamissili e un rassicurante mitragliatore sul portello laterale apparve all’improvviso sul corso del fiume. Il tenente accese un fumogeno rosso, una richiesta di aiuto, e lo lanciò a bordo del motoscafo: i Viet si affannarono per recuperarlo per gettarlo fuori bordo, mentre il piota virava energicamente in cerca di un riparo... ma due, tre, quattro razzi sibilarono dalla pancia dell’elicottero centrando in pieno la barca e sbiciolandola all’istante. I soldati americani si schiacciarono il più possibile nelle loro canoe, per evitarne i frammenti.

Quando riazarono le teste, urlarono di gioia: si torna a casa!

L’elicottero si mise in volo stazionario sopra di loro, e calata una scaletta, una testa si sporse dall’abitacolo: “qualcuno ha ordinato una pizza?” Questa volta avevano tutti voglia di ridere.

FIN

Dashie


 
racconti_paralleli/nam_-_1966.txt · Ultima modifica: 24/10/2005 03:28 da dashie