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Thunderhawk down

Come tutti prese il fucile dalla rastrelliera e si assicurò le cinghie del sedile. Come tutti indossò l’elmetto e attivò il computer di assistenza tattica... come tutti era nervoso...

Poi cominciò. Scoppi e vibrazioni, il suono delle armi di bordo... era iniziato lo sbarco su LV409, fottuto asteroide minerario conteso da due corporazioni. Non ebbe il tempo di analizzare cosa stesse accadendo, vide solo un enorme squarcio aprirsi di fronte a lui, e i suoi compagni venire risucchiati nell’atmosfera, fumo e urla gli chiusero occhi ed orecchie, e si rese conto che tutto era finito solo quando intorno a sé non ebbe che silenzio. U-05 (così lo chiamavano) uscì dalla carcassa del flyer... ancora stordito e assordato. Aveva perso l’elmetto, ma non se ne accorse. Imbracciava ancora il suo fucile, ma non ne verificò il funzionamento... fece solo qualche metro, poi cadde in ginocchio: voleva solo non essere lì.

Il freddo pungente della sera lo fece sobbalzare. Si era addormentato! Fortunatamente nessuno era venuto per verificare la presenza di sopravvissuti da portare nei campi di prigionia... aveva sentito parlare di quei posti come dell’inferno stesso... ma il fatto che neanche i suoi fossero venuti a cercarlo gli suggerì l’esito dello scontro. Si guardò attorno... era sul fondo di un piccolo avallamento, non avrebbe saputo dire dove, nè cosa ci fosse sopra di lui... pregò solo di essere abbastanza lontano dalla zona delle operazioni... risalire quel buco solo per essere fucilato... scacciò con forza il pensiero. D’un tratto si rese conto di avere in mano il fucile, e rapidamente controllò che non sembrasse danneggiato, ma evitò di sparare... avrebbero potuto sentirlo... Bevve dell’acqua dalla borraccia, si assestò l’arma a tracolla, e cominciò a risalire. Quando mise il naso oltre il bordo, si bloccò credendo di sognare... era a meno di cinquanta metri dalla base nemica... e a parte il fumo che si levava dai rottami sparsi tutt’intorno, non si muoveva una foglia... dov’erano finiti tutti? Un brivido lo percorse, mentre la sua fin troppo fervida fantasia passò in rassegna tutti i film dell’orrore che non avrebbe voluto aver visto.


Dashie

elementi per il prossimo pezzo: centro radio, miniera di auron


Lo spettacolo era spettrale: tutto intorno a lui era immobile, e silenzioso. La base nemica ed i veicoli al suo esterno sembravano disabitati... gli stessi cadaveri dei soldati erano troppo pochi rispetto alla battaglia che doveva essere stata combattuta solo poche ore prima. Rimase immobile per minuti interminabili, in attesa che il freddo sole locale tramontasse. Il favore delle tenebre, forse, lo avrebbe nascosto ad un nemico non troppo attento.

Finalmente uscì dalla buca... pochi kilometri a sud-ovest di lì si trovava un punto di rendez-vous... con un po’ di fortuna, e se la battaglia era stata vinta, avrebbe trovato un trasporto amico ad attenderlo... in caso contrario, be’ era un’eventualità a cui non voleva pensare.

Incedeva a fatica, nel buio, ma non voleva accendere una torcia che lo avrebbe reso visibile a chiunque nel raggio di kilometri. Un’ombra scura alla sua sinistra... si fermò ed attese... ma l’ombra, forse un tank, sembrava immobile. Riprese allora la marcia, attento a nascondersi alla vista del tank, ma poche centinaia di metri dopo vide un’altra ombra, un altro tank, immobile. La terza ombra sembrava quella di un camion... si fece coraggio... dopotutto sembrava tutto abbandonato, ed un mezzo gli sarebbe stato molto utile.

Si avvicinò al camion abbastanza da riconoscerne le insegne: quelle del Nemico. Il camion era spento e non sembrava danneggiato. Tre soldati all’interno, immobili. Morti, forse. Si nascose ed attese, attese fino a quando l’angoscia dell’attesa non divenne più insopportabile della paura di essere scoperto. Spalancò una portiera e si gettò nella cabina di guida col fucile spianato verso gli occupanti. Morti, senza dubbio.

Androidi... i loro visi inespressivi, tutti uguali, e sulle divise solo numeri, niente nomi. Non sembravano essere stati feriti... forse erano stati disattivati. Non riusciva a capire: perché erano stati disattivati? A volte succedeva che una guerra venisse risolta diplomaticamente, e allora risultava meno costoso disattivare a distanza gli androidi invece che recuperarli. Ma se era così, voleva dire che i suoi avevano vinto... e allora perché non c’erano pattuglie in cerca dei superstiti? Dove erano finiti tutti?

Scaricò i cadaveri e si diresse col camion verso il rendez-vous. L’idea di viaggiare in maniera così visibile lo spaventava, ma in quel modo avrebbe risparmiato due ore, e comunque non sembrava esserci anima viva sull’intero asteroide. La collina che era la sua meta gli apparve ben presto: brillava in lontananza di un leggero bagliore. Per un istante l’idea che si stesse ancora combattendo lo sollevò, inspiegabilmente. Poi la tragica rivelazione: il trasporto giaceva schiantato, in fiamme.

Si aggirò tra le trincee in cerca di qualcuno, di un segno del passaggio dei suoi, ma tutto era deserto. Si fermò nella postazione radio: sembrava in funzione, mancava solo il marconista. Cominciò ad esplorare le frequenze ma trovò solo canali morti. Infine un contatto, molto disturbato. Cercò di sintonizzarsi meglio... era il linguaggio di guerra della sua divisione... “radunarsi... punto di rendez-vous...” Finalmente qualcuno... una voce amica. Le truppe si stavano radunando: forse il Nemico aveva realmente abbandonato l’asteroide ed il comando stava recuperando le truppe per schierarle in un altro settore. Si concentrò sulla radio, muovendo impercettibilmente la manopola per recuperare il segnale perduto... “miniera di auron...” Ma certo! La miniera. La grande spianata tutto intorno agli ingressi delle gallerie... era un luogo ideale per radunare un gran numero di truppe e per permettere ai trasporti di atterrare.

Sicuro della sua analisi, salì nuovamente sul camion dirigendosi, questa volta senza particolare cautela, verso le miniere.


(Anderson)

uff... che fatica inserire questi elementi... mi sa che ho incasinato tutto invece di chiarire vero? vabbè si chiarirà più avanti.

elementi per la prossima puntata: una verità sconvolgente, un alleato


Stavolta tocca a me! - Marino (si come no... vabbè, la fo io -Dashie)


A meno di mezzo kilometro dalle miniere il camion ebbe un sussulto e si spense. Sorpreso ma non troppo preoccupato, cercò di riaccenderlo, ma quello non diede segni di vita... strano... ma per quanto raro, un’avaria ai sistemi del motore non era un evento certo impossibile. Scese con un sospiro. La piccola macchia di vegetazione gli impediva di scorgere la piana degli ingressi alle gallerie, ma il sentiero era largo e agevole, e in meno di una mezz’ora sarebbe arrivato a destinazione senza neanche bisogno di affrettarsi.

Cominciò a camminare, ma non appena la strada, con una piccola curva, nascose il camion alle sue spalle, si sentì prendere da una paura irrazionale. Si girò indietro un paio di volte, ma non vide nulla, se non alberi e piante, sassi e fango. Cos’altro avrebbe dovuto vedere, d’altra parte? qualunque cosa fosse successa in quel posto, aveva certamente una spiegazione razionale e logica... non avrebbe trovato nessuna verità sconvolgente, solo meccaniche di politica e guerra, nulla di più... inoltre era rimasto svenuto per molto tempo, era normale -si disse- sentirsi colti un po’ alla sprovvista da una situzione tanto tranquilla dopo un simile inizio! Ma il suo cuore non era d’accordo, e continuava a pompare adrenalina ad una folle velocità. Per sentirsi più sicuro imbracciò il fucile, e un attimo dopo tolse anche la sicura. Devo solo stare attento a non sparare per errore a qualcuno dei miei, pensò tra se e se, solo per calmare un impulso irrazionale aveva imbracciato l’arma, non ci sarebbe stato nessun bisogno di usarla, era ormai evidente... Una vocina dentro di lui continuava a pregare che trovasse almeno un alleato... un amico... qualche dannata forma di vita con cui parlare, anche solo per insultarsi a vicenda!

Accelerò il passo. Gli ultimi alberi si fecero da parte, e il suo sguardo abbracciò una grande distesa di terra spianata qualche metro sotto di lui. Diverse macchie nere sul fianco di una collinetta segnalavano la presenza degli ingressi alle miniere. Aguzzò lo sguardo, ma nessuna luce arrivava fin lì. Non indagò oltre, avrebbe scoperto se gli altri erano già arrivati semplicemente scendendo di qualche metro, magari erano tutti rintanati in qualche struttura, o non avevano acceso luci abbastanza forti... o magari stavano aspettando un trasporto rintanati sulla soglia di un qualche ingresso... Evitò con forza di pensare che forse erano già partiti, senza di lui.


Dashie (e questa è fatta! ^_^) indizi per la prossima puntata: un mostruoso nemico, la registrazione


Percorse l’ultima discesa, svoltò e finalmente vide qualcuno, o qualcosa, muoversi. Si rintanò dietro un macchinario attendendo che la timida luce dell’aurora, che già stava spuntando, tornasse ad illuminare il maledetto asteroide. Dapprima vide solo delle piccole figure indistinte, che si muovevano avanti e indietro con le loro torce, contando degli oggetti allineati per terra. Poi, la scena si fece inquietante: quelli per terra erano i cadaveri dei suoi compagni, disposti ordinatamente in lunghissime file, e tra loro si muovevano delle piccole creature deformi, intente in qualcosa di indecifrabile. Il numero dei cadaveri era altissimo, poteva trattarsi dell’intera divisione, raccolta in quella spianata per qualche mostruoso rituale alieno.

Due degli ometti attirarono la sua attenzione: uno di loro indossava una specie di divisa, con tanto di mostrine da ufficiale, mentre l’altro era una sorta di grottesco medico, avvolto in un camice bianco troppo lungo. I due stavano parlottando; il “medico” aveva una cartella di documenti e prendeva degli appunti, mentre l’altro guardava in continuazione l’aggeggio che teneva in mano. Ad un certo punto, quello vestito da ufficiale gridò un ordine ad un’altra delle strane creature, che si diresse verso un pannello di controllo ed attivò alcuni comandi.

Subito una voce si diffuse dagli altoparlanti montati in cima a dei pali e riempì tutta la vallata. “A tutte le unità: radunarsi presso le miniere di auron. Ordine numero Tango-Sierra-Quattro.” Il linguaggio era quello della sua divisione, e la voce gli era familiare. Irrazionalmente, uscì dal suo nascondiglio senza più curarsi delle creature che aveva visto e si diresse verso il centro della spianata.

“Identificarsi”, tuonò la voce registrata.

Sentì la propria voce rispondere: “Unità di fanteria U-05, modello X-41, numero di serie 59036214.”

“Ordine di spegnimento: Delta-Kilo-Alfa, Zulu-Mike-Oscar.”

Sollevato, si stese a terra, chiuse gli occhi e si spense.

“Presto, preparate anche quello. Il cargo sta per arrivare”, gridò l’ufficiale rivolto ad uno degli inservienti. Poi, tornando a rivolgersi al dottore: “E con questo le nostre perdite scendono a 8 unità... molto bene, no?”

“Eccellente, direi!”

“Dottor Radakov, non ho ancora capito perché li stiamo recuperando. Non ci avete sempre spiegato che diventano subito obsoleti, che il recupero è antieconomico, eccetera eccetera?”

“Come le ho detto prima, Colonnello Nakamura, questa serie di androidi è molto speciale. È la prima volta che impeghiamo sul campo unità dotate di impianti di memoria e vogliamo analizzare i loro cervelli per vedere quali mutamenti ha prodotto il contatto con la realtà. Guardi quello, è restato solo là fuori per oltre 16 ore, senza ordini, ed è ritornato da solo fin qua. Questi quarantuno sono straordinari!”

“Se lo dice lei... Ecco il trasporto. Presto! preparatevi a caricare! Ce ne andiamo.”


Anderson

The End.


 
racconti_paralleli/thunderhawk_down.txt · Ultima modifica: 23/10/2005 11:10 da Anderson