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Un caso difficile

Mi svegliai con la testa dolorante e l’impermeabile sporco di sangue, in mezzo ad un mucchio di casse di legno dal contenuto maleodorante. O forse quell’odore era il mio: quando ti svegli col mal di testa in un magazzino del porto, non puoi mai essere veramente sicuro di dove hai passato la notte precedente. E per quanto ne sapevo io, potevo averla passata in una bettola per marinai o in una distilleria di olio di balena; nessuno dei due posti è particolarmente preferibile per quanto concerne l’igiene personale.

«Bel modo di cominciare la giornata», pensai mentre riprendevo i sensi e mi rendevo conto che la notte precedente, al porto, c’ero andato per lavoro e che il mal di testa non era dovuto ad un eccesso di alcool. Ci volle solo un attimo per appurare che la nave che stavo cercando, se mai fosse approdata in città, non era più lì. E il bernoccolo sulla mia testa stava a significare che se n’era andata un momento prima che io la potessi vedere.

Maledizione a tutte le volte che ho zittito il mio istinto quando mi consigliava di tenermi alla larga da qualcosa. Da questo caso, per esempio.

Tutto era cominciato qualche giorno prima, un venerdì. Me ne stavo in ufficio con un sigaro e un bicchiere di whisky mettendo ordine tra i pochi assegni e le molte cambiali, quando una donna spalancò la porta dell’ufficio, senza bussare, e rimase lì a fissarmi, attendendo da me il permesso di entrare.

Studiai per qualche istante la figura stagliata sulla porta: una donna alta, con lunghi capelli ricci ed una sigaretta spenta tra le dita. Era il tipo di donna che, con l’abito adatto, avrebbe potuto frequentare un locale dei bassifondi o, con un diverso abbigliamento ed altrettanta familiarità, essere la moglie di un ricco industriale. Una cosa era inconfondibile a pochi metri di distanza, il suo profumo: odore di guai. Le feci cenno di entrare.

«Si accomodi pure, miss...?» dissi, per rompere il ghiaccio.

«Richardson, signora Richardson», fece lei.

Le diedi da accendere e presi qualche altro secondo per valutare il suo abito nero, la sua permanente bionda ed i gioielli che indossava. Apparteneva decisamente alla seconda categoria. Magari era solo una ricca signora che aveva perso il gatto, sperai.

«Mi esponga il suo caso, signora Richardson...»


Prima parte postata da Anderson.

Elementi per il prossimo turno: un tradimento e qualcosa di prezioso.


Lei si accese la sigaretta, nervosa come una volpe braccata, e mi ridiede l’accendino.

«Mio marito mi tradisce» mi disse semplicemente. Aveva lo sguardo freddo come il ghiaccio nel mio bicchiere, ed era rabbiosa e spaventata. Pessima combinazione.

Io mi misi comodo sulla poltrona di pelle consunta. «Lo fanno sempre» le dissi più per darmi un tono che per il desiderio di esprimere una verità lampante.

«È molto ricco, capisce, molto ricco... ed io voglio la mia parte. Senza di lui.»

Sapevo quanto bastava. Un caso lampante: poco lavoro, molta grana. Proprio il mio genere di incarico preferito. C’era solo quella luce negli occhi della signora che in qualche modo stonava con tutta la storia... ma le bollette ammonticchiate sul tavolo urlavano più del mio istinto, per cui...

«Conosce le mie teriffe, signora Richardson?»

Ci accordammo in poche parole. Che cifra! E che donna!

La sera stessa uscivo di casa pronto a pedinare il mio pollo. Per una serata al night, abbigliamento informale. Mi misi il cappello in testa e salii sul taxi che mi aspettava.

Trovai il mio uomo in un locale di lusso proprio dove mi aspettavo che fosse.

Faccia anonima, fisico magrolino, begli abiti di sartoria, un classico. Ma mi colpirono parecchio i bigliettoni che sganciava. Per un fuggevole istante provai il desiderio di essere un suo grande amico. Durò solo pochi attimi, naturalmente, poi mi ricordai il numero di cifre sull’assegno che mi aspettava alla fine del caso e tirai un sospiro.

Quindi arrivò il momento: lui si era alzato con due signorine tutte sorrisi e malizia sotto braccio. Rideva, il pollo, ma presto avrei riso io. Ebbi solo un attimo di esitazione quando vidi i suoi due “amici” che si alzavano con lui, e lo accompagnavano alla macchina. E questi? Chi diavolo erano?

Perplesso ma determinato mi alzai a mia volta, deciso a capirci qualcosa di più.


Seconda parte postata da Marino.

Elementi per il prossimo turno: un amico in ritardo e una sconvolgente scoperta.


Mi accesi una sigaretta, e come eogni volta la spensi alla seconda boccata... dopo questo lavoro, mi dissi, sarei tornato ai sigari... Il mio “amico” non prese la macchina, come mi sarei aspettato... ma si diresse verso il molo, non molto lontano da dove eravamo. aspettai qualche secondo, poi con indiffenza e senza dare nell’occhio cominciai a seguirlo. Procedeva tranquillo, chiaccherando con le due ragazzine senza curarsi dei due scimmioni che gli camminavano ad un passo. Lo vidi entrare in un capannone, e mentre uno dei due ragazzoni si fermava sulla soglia, l’altro lo segì all’interno. Decisamente una scelta molto originale per una garconnierre... troppo originale... Mi appostai tra alcuni container da dvoa potevo tenere la situazione sotto controllo, e tanto per essere sicuri, slacciai la fondina del mio vecchio revolver. Ma nonostante le mie peggiori paure, non ero pronto all’arrivo di Don Carati, il più grande trafficante di gioielli rubati della costa... la cosa stava prendendo una brutta, bruttissima piega, e tutti gli zeri su quell’assegno cominciavano a sembrarmi decisamente pochi se paragonati a cerhietti che avrebbero lasciato sulla mia pellaccia quei simpaticoni se mi avessero scoperto. Stavo cercando di decidere cosa fare... da un lato le mie brutte sensazioni, dall’altro il mio tristissimo conto in banca... quando un rumore metallico alle mie spalle mi fece fare un salto di almeno un metro. Inciampai in una bottliglia di birra lasciata per terra, e se fossi più saggio, me la porterei a casa per metterla in una bacheca, perchè il gorillone che mi aveva sorpreso cadde in errore, e sussurrando qualcosa tipo “lurido ubriacone” roteando una piccolo sacchetto pieno di sabbia fece calare il sipario sulla mia serata all’aperto. Poteva andarmi decisamente peggio... E ora eccomi qui, con un gran bel malditesta e coperto di sporcizia. Guardai l’orologio. Magari avrei approfittato del momento per fare un salto in quel capannone senza correre il rischio di imbattermi in qualche altro amico in ritardo... ma sapevo che non avrei trovato nulla... poi avrei ricontattato la mogliettina ansiosa, e avrei cercato di cavarle qualche parola in più, magari del tipo “zero” in fondo ad un numero...


Postata da Dashie.

Elementi per il prossimo turno: un favore restituito e una sparatoria imprevista.


 
racconti_paralleli/un_caso_difficile.txt · Ultima modifica: 04/08/2005 06:09 da 193.43.199.78