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Mattanza di Slave Lake

Sono passati più di quattro mesi da quando Burnell è stato impiccato e il maledetto non se ne vuole andare. La notte che siamo andati a prenderlo pensavamo che tutto sarebbe finito presto. Aveva ucciso ventitrè persone il bastardo, ma noi l’avremmo fermato. Quando lo vedemmo, capimmo subito che ci sbagliavamo.

Un istante prima era addormentato con una bottiglia di whisky in mano, come un qualunque ubriacone. Un istante dopo non era più lui: gli occhi rossi, la bocca insanguinata, le mani scheletriche. Assalì Mullroy, lo spezzò come un fuscello. Il capo sparò, io feci lo stesso, e poi anche gli altri. Lui era velocissimo e implacabile. In un attimo fu su O’Brien; la scena fu orribile: lo uccise a morsi! Faceva freddo, le dita mi si congelavano, ma sparai ancora, e così gli altri. Lo ferimmo, ma lui riuscì lo stesso ad afferrare Ross: gli strappò il polpaccio dall’osso. Sparammo ancora e ancora. Non so quanti colpi ci siano voluti per fermarlo.

Ma l’orrore non era finito: dentro il suo capanno trovammo parti umane macellate, salate e organizzate. C’era un barile pieno di mani, uno con i fegati, le gambe erano appese a stagionare...

Il giorno che l’impiccarono pensammo tutti che fosse davvero finita. Ci sbagliavamo di nuovo.

Non ci sono stati omicidi negli ultimi mesi, ma sappiamo tutti che lui è ancora qui in giro. Nessuno lo dice ad alta voce, ma lo vediamo che ci guarda dalla foresta, ci sussurra nel vento, ci afferra con mani di gelo. Il vecchio indiano, Occhio Oltre Le Montagne, aveva ragione: dovevamo bruciarlo quel bastardo! E non sarebbe più tornato. Oppure è solo un vecchio pazzo, come dicono tutti? Forse non c’è nulla che possiamo fare contro di lui.

Quanto a me, da quella notte nel capanno non mi ha più lasciato in pace. Nel sonno rivivo le scene di quella notte, i miei compagni massacrati, la macelleria umana. Ma sono solo sogni, cose del passato. Il giorno è peggio: ogni giorno lo incontro nella foschia mattutina, lo sento ridere soddisfatto. Quando il vento soffia da nord, sento la sua voce. Mi tappo le orecchie ma non basta. Mi dice che avrà la sua vendetta. Mi dice che un giorno lui, anzi loro torneranno. Forse sto solo impazzendo.

L’inverno si sta avvicinando. Le giornate si accorciano, ogni giorno fa più freddo, e ogni giorno la sua voce si fa più forte.

Non gli permetterò di farmi impazzire.

(lettera lasciata da Jack Connell sul luogo del suo suicidio, 18 dicembre 1895)

 
wendigo/mattanza_di_slave_lake.txt · Ultima modifica: 18/01/2006 02:31 da Anderson