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Riverlake Mansion

[...] Negli anni immediatamente successivi, fu il caso Edgecombe a monopolizzare l’attenzione dei criminologi. Rispetto ai casi di inspiegabile violenza del 1967, i delitti dell’infermiera di St. Paul rifletterono per molti aspetti il comportamento tipico dei serial killer studiati in letteratura. Il numero degli omicidi, 8 infanticidi commessi nell’arco di 5 anni, con un ritmo leggermente incrementato nell’anno precedente l’arresto, rientra perfettamente nella casistica, così come il lasciare dietro di sé indizi più o meno rilevanti al fine di essere fermata. Del tutto divergente dalle statistiche è invece il profilo personale di Lucy Edgecombe: mentre oltre il 90% degli assassini seriali sono maschi bianchi tra i 20 e i 45 anni, la Edgecombe è una donna afroamericana che compie il suo primo delitto all’età di 66 anni.

L’aspetto più interessante per la nostra trattazione è la dichiarazione di avere agito sotto possessione. L’attenuante della “possessione demoniaca” viene spesso invocata nei processi di questo tipo per ottenere un’assoluzione per infermità mentale; il più delle volte queste dichiarazioni non vengono prese in considerazione, ma nel caso della Edgecombe le valsero una notevole riduzione della pena.

Secondo la sua confessione, le “voci” cominciarono subito dopo essersi trasferita a Riverlake Mansion, una villetta antica quanto malridotta nel sobborgo di Roseville. L’infermiera dichiarò di avere udito le voci dei suoi antenati che le intimavano di “unirsi a loro” e le promettevano di “divenire immortale” se avesse seguito le loro istruzioni. In particolare, quando interrogata sull’arma del delitto, dichiarò di averla ricevuta da “mani scheletriche” e di averla riconsegnata loro dopo ogni delitto. L’arma (un coltello o un pugnale) non fu mai rinvenuta. [...]

(tratto da William Sharansky, “Serial Killer e Miti del Nordamerica”, Bantam Books, New York, 1989)

 
wendigo/riverlake_mansion.txt · Ultima modifica: 02/02/2006 03:23 da Anderson